I GIORNALISTI E LA CULTURA DELLA SICUREZZA
Il ricorso a parole come “tragedia”, “destino”, “incidente”, “morte bianca” e altre espressioni ricorrenti del repertorio narrativo mediatico rafforzano nel lettore la convinzione che quanto accaduto sia imputabile ad un’entità superiore – un disegno divino o il fato avverso – o tutt’al più, appunto, ad una particolare sfortuna della vittima, facendo passare in secondo piano o addirittura “assolvendo” errori procedurali, comportamenti non sicuri dei lavoratori stessi o inadeguate condizioni dell’ambiente lavorativo.
Invece le morti sul lavoro sono prevedibili ed evitabili e il valore della vita dei lavoratori passa anche dal linguaggio con cui si informa l’opinione pubblica.- mentre ancora non si conosce con esattezza la dinamica dell’accaduto, inizia la narrazione del dolore: complice la relativa facilità con cui, oggi, sui social network si possono trovare immagini, dettagli privati e recapiti di familiari, conoscenti e amici, i giornalisti iniziano a ricostruire la vita della vittima ponendo spesso l’accento su aspetti che hanno un forte appeal sul pubblico (era il suo primo giorno di lavoro o stava per andare in pensione, si stava per sposare o si era appena separato, aveva appena festeggiato il compleanno o aveva appena subito un lutto… ecc.) ma che ancora di più contribuiscono ad accrescere l’impatto emotivo della notizia e la convinzione che, in fondo, chi ha perso la vita fosse proprio sfortunato.
Questo modo di narrare mira a sviluppare una sorta di “empatia” tra il lettore/spettatore e la vittima: nasce dall’esigenza di spettacolarizzare le notizie e il dolore per avere maggiore visibilità e fidelizzare il pubblico alla vicenda, così da garantire per quanto possibile ascolti, clic e copie vendute.
Non a caso, nel corso degli anni, è progressivamente cambiato il rito di racconto di questi episodi sostituendo lo stile e le regole asettiche della cronaca – molto secca, avida di dettagli e decisamente tecnica ma spesso, soprattutto all’inizio, incompatibile con le difficoltà operative nel raccogliere informazioni sulla dinamica di fatti appena accaduti – con una narrazione più simile a quella dei romanzi, che meglio si presta a raccontare (non a caso, in gergo giornalistico, si dice “romanzare” o “ricamare”) tutte le informazioni che vengono raccolte mentre ancora l’inchiesta giudiziaria sta muovendo i primi passi.
Nessuno si sofferma mai ad approfondirne i risvolti, il cambiamento della vita delle famiglie che vengono private di un proprio caro – un padre, un figlio, una madre – e le lungaggini dei processi e le condanne che finiscono sempre con patteggiamenti dopo anni di udienze in cui si rivive ogni volta il dolore”.
Quando l’inchiesta giudiziaria inizia a formulare le prime ipotesi sull’accaduto e sulle relative responsabilità e, da procedura, emette i primi provvedimenti ufficiali legati alle indagini (avvisi di garanzia o arresti), ecco che scatta la “caccia al colpevole” con relativa gogna mediatica: dopo aver maledetto il cielo per l’accaduto e pianto le vittime alle cui vicende personali ci siamo in qualche modo affezionati, ecco che la stampa sbatte il mostro in prima pagina cosi da affiancare al dolore un altro sentimento, la rabbia, che serve a tenere alta l’attenzione verso la notizia, soddisfa il bisogno di giustizia sommaria per una vicenda che si percepisce come “ingiusta” e, soprattutto, permette di tenere a bada una domanda che in fondo accompagna il lettore dall’inizio… e cioè: perché tutto questo?
Questo modo di notiziare, nulla ha a che vedere con l’esigenza/diritto di informare (concetto che la categoria spesso chiama in causa per giustificare logiche editoriali che il più delle volte, al contrario, rispondono soltanto alle già citate esigenze di audience) – finisce per allontanare lo spettatore/lettore da una matura presa di coscienza del fenomeno e, soprattutto, dalla consapevolezza che la sicurezza passi innanzitutto dai comportamenti individuali, attraverso il rispetto delle regole e delle vite che si celano dietro a queste storie.
Le credenze collettive e le norme sociali hanno un impatto significativo sul comportamento individuale, e questo rende fondamentale promuovere una narrazione accurata e consapevole della sicurezza sul lavoro.
Cambiare questa narrazione senza limitare la libertà di azione del giornalista o la sua autonomia è possibile. Dal punto di vista strettamente comunicativo per essere efficace il racconto di tali eventi deve tenere conto delle regole di natura psico-sociale che la comunicazione deve rispettare.
Occorre che tale narrazione soddisfi la necessità di:
a) dare trasparenza alle intenzioni comunicative dell’autore;
b) adottare un linguaggio chiaro e comprensibile per i destinatari, aspetto che presuppone una adeguata valutazione della loro competenza comunicativa e del grado di conoscenza del fenomeno;
c) produrre contenuti pertinenti al contesto ‘creato’ dall’evento più che ai desideri di chi scrive;
d) certificare le fonti cui ci si ispira e la loro credibilità;
e) utilizzare ‘strumenti’ giornalistici adeguati alle proprie intenzioni e obiettivi comunicativi;
f) raggiungere un grado di abilità nel gestire il processo in cui si inserisce la comunicazione (riferimenti al ‘prima’ e al ‘poi’ dell’evento);
g) adottare forme espressive ‘proporzionate’ rispetto agli obiettivi;
h) porre attenzione e ‘cura’, infine, alla relazione con i propri lettori/spettatori/fruitori.
Dal punto di vista contenutistico, poi, è importante che la stampa offra la contestualizzazione dell’infortunio al quadro normativo e di prevenzione da applicare e che ai giornalisti che si occupano di questi argomenti venga trasmessa una conoscenza più approfondita delle norme sulle prestazioni riconosciute dalla legge agli infortunati.
Nel caso degli infortuni mortali, ad esempio, si tende a dare per scontata l’erogazione di una rendita cospicua da parte dell’Inail ai familiari delle vittime, mentre la legge stabilisce criteri tassativi non solo per il calcolo della rendita ma anche per l’individuazione degli aventi diritto.
Occorre che tutti coloro che, a vario titolo, “comunicano la prevenzione” si attivino per conoscere bene il quadro complessivo di riferimento, in modo da favorire la diffusione di informazioni semplici ma puntuali al riguardo e la conoscenza, in termini di corretta descrizione, dell’importanza delle condotte imprenditoriali e personali corrette, contribuendo molto più di quanto oggi accada al miglioramento delle tutele al lavoro.
Infine, la stampa deve contribuire a rinforzare la cultura della sicurezza: questo significa innanzitutto diffondere la consapevolezza che la quasi totalità degli incidenti non è frutto della sfortuna, del destino avverso o del “cattivo” di turno, ma di una serie di comportamenti errati che spesso fanno parte del “modo di fare le cose” accettato e condiviso in un certo contesto. Se i media riescono a diffondere questo concetto, automaticamente passeranno anche il messaggio che correggere tali comportamenti è l’arma più efficace per ridurre le vittime, non solo del lavoro ma anche della strada.
Un esempio per tutti è l’uso delle cinture di sicurezza. Quando sui giornali si legge di uno scontro stradale con esito mortale, l’attenzione viene dedicata ai particolari più tragici della dinamica, alle storie delle vittime, al dolore di amici e parenti… tutti dettagli che, se è vero che attraggono lettori, non trasferiscono però loro alcun insegnamento, alcuno spunto di riflessione. Il fatto è che, spesso, le persone che perdono la vita, in particolare quelle sedute sui sedili posteriori, non indossano la cintura. Questo è un particolare che, opportunamente verificato, vale la pena condividere, non certo per colpevolizzare la vittima ma per dare un messaggio chiaro a chi legge, diffondendo consapevolezza nella società. Ecco, un racconto giornalistico che si sofferma, più che sui dettagli sensazionalistici, sulla catena di mancanze, errori e omissioni che hanno portato all’incidente, non solo ha il grande merito di informare i cittadini ma anche di creare una nuova “cultura”.
Per modificare la narrazione degli incidenti da parte dei media la proposta è quella di agire su più fronti. Innanzitutto, è indispensabile aiutare i giornalisti stessi a comprendere l’enorme responsabilità che hanno quando parlano o scrivono di tematiche legate alla sicurezza.
La nostra Associazione intende realizzare un corso di aggiornamento per giornalisti allo scopo di chiarire meglio il quadro normativo di riferimento rispetto alla sicurezza sul lavoro e far riflettere sugli errori comunicativi in cui si incorre più comunemente e sulle possibili strategie per rendere la propria narrazione più efficace e utile alla diffusione della cultura della sicurezza verso i cittadini.
Accanto a questa azione formativa, è importante anche valorizzare il lavoro di chi riesce a fare informazione in modo virtuoso. In questa direzione vanno le iniziative che premiano il giornalismo di qualità in ambito sicurezza, ma anche tutti gli sforzi di coloro che raccontano le storie personali legate alla sicurezza.
Un esempio potrebbe essere l’organizzare una serie di incontri nelle aziende e nelle scuole in cui i lavoratori sopravvissuti a grandi incidenti raccontano la loro esperienza e le conseguenze per sé e per le proprie famiglie. Il dolore si trasforma in un ‘dono’ per gli altri: è attraverso la generosità con cui si condividono i propri disagi e i problemi conseguenti ad un infortunio che si alimenta un circolo virtuoso per cui, da un’esperienza terribile, si può rinascere con nuovi obiettivi e nuove speranze.
È fondamentale, poi, che accanto alla narrazione di chi resta vittima di un incidente si parli anche di quelle realtà imprenditoriali e lavorative che hanno con successo ridotto il numero di infortuni al proprio interno: diffondere buone pratiche e messaggi positivi rinforza infatti la convinzione che gli incidenti possono e devono essere prevenuti.
In particolare, negli ultimi decenni, tante grandi aziende hanno capito che gli investimenti in salute, sicurezza e ambiente rappresentano una scelta vincente non solo dal punto di vista etico, ma anche economico e reputazionale. nella formazione e nella comunicazione dei valori della tutela della sicurezza, della salute e dell’ambiente a tutti i livelli gerarchici aziendali.
Tuttavia questa mentalità, ormai comune a tante grandi aziende italiane e internazionali che hanno vissuto analoghe esperienze di miglioramento delle statistiche di sicurezza, fatica ancora per varie ragioni, in primis economiche, ma non solo, a essere adottata dalle piccole e medie imprese, che costituiscono come sappiamo la maggior parte del tessuto industriale italiano. Infine, è essenziale fare attività nelle scuole e sensibilizzare i giovani sul tema della prevenzione dei rischi inteso come prendersi cura di sé stessi e degli altri: se diamo ai ragazzi l’opportunità di interiorizzare fin dalla più tenera età il valore della sicurezza, questi giovani diventeranno adulti più attenti e consapevoli in ogni ambito della vita. Per ottenere questo risultato occorre però coinvolgerli in modo attivo, usare un linguaggio che possano comprendere e sentire vicino alla loro sensibilità, attraverso film e video; il teatro, sia quello tradizionale sia quello di improvvisazione; il gioco; i laboratori didattici esperienziali; i concorsi creativi da svolgere in classe, possibilmente in gruppo.
Data la stretta connessione tra comunicazione, cultura e comportamenti, è dunque chiaro che ripensare il modo in cui i media comunicano la salute e sicurezza sul lavoro rappresenta una delle chiavi strategiche per elevare il livello di consapevolezza nella cittadinanza e favorire un cambiamento nel modo di pensare e agire dell’intera comunità. Occorre quindi diffondere il più possibile presso i giornalisti questa consapevolezza, bisogna offrire a chi si occupa di informazione in quest’ambito una formazione specifica, in grado di mostrare i limiti delle modalità di comunicazione correnti, di aprire spunti di riflessione e di fornire esempi virtuosi a cui ispirarsi. Naturalmente, per ridurre il numero di morti sul lavoro è importante che questo sforzo sia accompagnato dall’azione di tutte le parti coinvolte, in particolare il governo, le parti sociali e le imprese, ma è essenziale non sottovalutare il ruolo dei media nel diffondere cultura e influenzare i comportamenti. Se, a una più attenta comunicazione mediatica, si unirà una più efficace formazione nelle aziende e una capillare educazione nella scuola, allora si potrà davvero costruire una solida cultura della sicurezza, in grado di prevenire gli infortuni sul lavoro.
