“L’etica della professione e la responsabilità di chi si occupa di prevenzione nell’ambiente e nel mondo del lavoro”

Che cos’è l’etica della professione?

Potremmo definire l’etica della professione come quella parte dell’etica applicata che «ha per oggetto l’esperienza lavorativa e professionale dell’uomo», e precisamente che «tratta dei principi, delle finalità, delle virtù, delle norme che a vario titolo concernono tale esperienza.

In senso ampio, per professione si può intendere una generica attività lavorativa con la quale l’uomo offre una prestazione, dunque anche quelle più umili sono professioni. In un senso più ristretto, invece, per professione si fa riferimento a una attività lavorativa «altamente qualificata, esercitata da soggetti che hanno acquisito una competenza specialistica attraverso un lungo iter formativo e un tirocinio», di particolare rilevanza sociale. Sono così intese le «libere professioni», come quella dell’avvocato, del notaio, del medico, delle professioni sanitarie.

Si può dare un’etica professionale sia nel primo significato, sia nel secondo significato del termine. È però chiaro che la professione del Tecnico della Prevenzione nell’Ambiente e nei luoghi di Lavoro(TPALL), tocca il secondo e più specifico senso. Infatti, per iniziare a esercitarla è richiesto uno specifico corso di laurea all’interno della Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Un manager alcuni anni fa divenne il responsabile dell’area informatica di una delle più grandi aziende italiane. Il giorno in cui incontrò per la prima volta i cinquanta dirigenti che avrebbe avuto sotto di sé, fece loro un discorso che è una sintesi assai efficace di quella branca della filosofia morale che è l’etica della professione. Intendeva chiarire quali fossero le attese che egli aveva nei confronti dei dirigenti che aveva di fronte e di coloro che da cui quelli dipendevano, circa tremila persone. A tale scopo, riassunse le sue richieste in cinque punti. Egli chiedeva ai suoi dirigenti: (1) responsabilità personale, (2) disponibilità a condividere gli obiettivi dell’azienda, (3) trasparenza nei rapporti, (4) capacità di lavorare in squadra, (5) competenza professionale. Si tratta di concetti abbastanza diffusi nell’ambito dell’organizzazione aziendale, ma che possono essere utilizzati anche per presentare gli ambiti principali dell’etica della professione.

Porre la responsabilità personale al primo posto significa che essa ha un ruolo fondamentale rispetto a tutta l’etica della professione. Si può dire che una buona prospettiva per inquadrare tale etica è proprio quella di vederla come etica della responsabilità, sia a causa del valore sociale che ogni professione comporta, sia perché il buon professionista è colui che si assume le responsabilità di ciò che fa.

La disponibilità a condividere gli obiettivi dell’azienda può essere intesa più in generale come il riferimento a ogni ambito nel quale il proprio agire professionale riguarda la collettività. Riguarda, dunque, il rispetto delle norme e delle consuetudini dell’azienda o dell’istituzione in cui si è stati assunti, ma anche tutto ciò che in un’ottica più ampia riguarda il bene comune e la giustizia: l’adesione alla legislazione inerente la professione, la distribuzione delle risorse connesse alla propria professione, l’attenzione all’ambiente. Per il Tpall tutto ciò assume una rilevanza particolare dovuta al ruolo sociale peculiare della sua professione.

Indicare la trasparenza nei rapporti come requisito dell’etica della professione è un modo efficace di esprimere l’importanza cruciale, in ogni attività lavorativa, della correttezza nei rapporti interpersonali. Questo terzo aspetto dell’etica della professione riguarda tutti i tipi di relazione, dunque per il Tpall comprende le relazioni con le Aziende, con altri Enti e la Magistratura, con i colleghi, con il Dirigente e i superiori in generale, con gli altri professionisti della sanità, ecc.

La capacità di lavorare in squadra, al centro di molti degli studi di gestione aziendale e oggi di gran moda, ha anche una rilevanza morale. Se, infatti, il lavoro in gruppo è condizione dell’efficacia dell’attività di quasi tutte le professioni, in quella dei TTpall emerge con la massima evidenza , assume un valore che non è solo strettamente tecnico, ma è anche etico.

Ultimo aspetto dell’etica della professione è la competenza professionale. Pur essendo una condizione necessaria, ineludibile, per il buon professionista, è collocato all’ultimo posto per mettere in guardia dal rischio di considerare la conoscenza della teoria come una condizione sufficiente per essere un buon professionista. L’etica della professione copre un ambito molto più ampio della semplice competenza professionale.

L’etica della professione come etica della responsabilità

Si è scelto di presentare l’etica della professione alla luce del concetto di responsabilità perché esso evoca immediatamente la dimensione etica delle attività professionali. Spesso affermare che qualcuno non ha alcun principio di etica professionale non significa altro che dire che lavora in modo irresponsabile. Pensiamo all’avvocato senza scrupoli che attizza le contese per mantenersi i clienti; al manager che è disposto a danneggiare gli avversari con ogni mezzo per fare carriera, all’impiegato che non si assume la responsabilitàdi ciò che fa e scarica sugli altri gli effetti della propria negligenza, ecc.

Max Weber: etica della convinzione ed etica della responsabilità

Uno dei dibattiti più accesi tra i filosofi morali ha le sue radici nella distinzione tra etica della convinzione (o dell’intenzione) ed etica della responsabilità, così come fu enunciata dal sociologo, economista e filosofo tedesco Max Weber (Erfurt, 1865 -Monaco, 1921) in una conferenza del 1919. Secondo Weber queste espressioni indicano due atteggiamenti radicalmente diversi rispetto alla sfera morale che conducono a un modo di relazionarsi al mondo e alla politica del tutto divergente.

L’etica della convinzione corrisponde all’atteggiamento di colui che valuta le azioni in base al loro significato intrinseco, dunque al loro valore in sé. Nella sua forma più estrema, considera ogni azione come un assoluto, a prescindere dal suo impatto nel mondo e dal suo successo: tale posizione conduce al rifiuto di considerare le circostanze e le conseguenze dell’azione, così come la relazione tra mezzi e fini. Poiché chi agisce in questa prospettiva si propone di rispettare un dovere e non di produrre uno scopo, tale posizione rischia di essere un’etica della testimonianza, un’etica, cioè, che non ha alcun interesse a cambiare il mondo, ma ha come unica preoccupazione quella di garantire la coerenza dell’azione con i principi. Weber ritrova questa impostazione in molte etiche di origine religiosa, così come nelle interpretazioni radicali del pacifismo e del socialismo rivoluzionario.

L’etica della responsabilità, invece, secondo Weber corrisponde all’atteggiamento di colui che vuole trasformare il mondo, e di conseguenza nel suo agire è preoccupato dell’impatto che ciò che fa avrà: il senso di responsabilità spinge a prendere in considerazione la totalità delle prevedibili conseguenze e a scegliere in funzione delle migliori. Chi opera in questa prospettiva ritiene che il valore di un’azione vada cercato fondamentalmente non nell’azione in sé, ma nei suoi risultati. Problema cruciale di questo atteggiamento è però quello di stabilire fino a che punto un mezzo si giustifica solo in funzione dello scopo che deve raggiungere, soprattutto quando il mezzo è un’azione riprovevole. Weber cita come esempi dell’etica della responsabilità il tipo del politico realista, che adatta le proprie scelte al contesto in cui opera, e il personaggio del Grande Inquisitore del romanzo di Dostoevskij, i Fratelli Karamazov, che di fronte alla scelta tra la fedeltà a un ideale e la rinuncia a esso per evitare le conseguenze negative che la coerenza avrebbe prodotto, sceglie la seconda possibilità e tradisce l’ideale.

Weber pensava che, in un’ottica ideale, le due prospettive dell’etica della convinzione e dell’etica della responsabilità dovessero combinarsi, ma nella realtà tale conciliazione fosse quasi impossibile. Secondo Weber, infatti, l’etica dell’intenzione necessita di un fondamento ultraterreno, di un Dio che garantisca l’ordine di giustizia e il premio dopo la morte. Ma se il mondo dimentica Dio, gli resta solo l’etica della responsabilità.

 Il dibattito più recente ha seguito la direzione della contrapposizione radicale tra queste due prospettive. L’etica della convinzione è stata ricondotta all’etica del dovere, mentre quella della responsabilità è stata letta in prospettiva utilitaristica. Il filosofo tedesco Spaemann ha però obiettato che porre la questione in questo modo dicotomico è del tutto astratto: nessuna etica prescinde del tutto dalle conseguenze di un’azione, perché per sua natura ogni azione ha degli effetti, e non è possibile neppure definire l’oggetto dell’azione senza tenerne conto. D’altra parte, per valutare le azioni è anche necessario avere dei principi, almeno alcuni dei quali devono essere assoluti, punti fermi validi in ogni circostanza, inderogabili e indisponibili. La struttura delle azioni umane, insomma, richiede che la valutazione morale sia una combinazione dei requisiti dell’etica della responsabilità con quelli dell’etica della convinzione.

I cinque aspetti della responsabilità morale

Se riflettiamo sul concetto di responsabilità, possiamo vedere che esso è assai più complesso della descrizione data da Weber, che sembra identificare la responsabilità con il calcolo delle conseguenze. L’uso del termine implica, infatti, il riferimento a diversi elementi.

 Può essere utile ricorrere a un esempio, tratto dal film Scuola d’onore, del 1992. Il film narra di un gruppo di studenti di un prestigioso college americano, alle soglie del passaggio all’università. Gli studenti devono affrontare gli esami finali, dai quali dipende il loro futuro. Quello di storia incide per il trenta per cento sul risultato complessivo. Secondo il regolamento del college, prima di iniziare lo scritto, gli studenti devono firmare un documento con il quale si impegnano, sul loro onore, a non copiare, ma anche a denunciare i compagni che lo fanno, pena l’espulsione dal college. Inizia l’esame e il professore esce dall’aula. Uno degli studenti, il rampollo viziato di una ricca e influente famiglia, di nome Dillon, tiene nascosto in mano un pezzo di carta con alcuni appunti e lo consulta per rispondere alle domande. Due compagni lo vedono. Al termine dell’esame, nel lasciare l’aula, Dillon perde il foglietto. Il professore lo trova, ma non può risalire al suo autore perché è scritto in stampatello. Allora convoca tutta la classe e comunica di avere la prova che uno di loro ha copiato. Poiché tutti hanno sottoscritto l’impegno d’onore, aggiunge il docente, o il responsabile si autodenuncia, o tutta la classe verrà bocciata. Greene, uno dei due testimoni, va a parlare con Dillon chiedendogli di non far pagare a tutti la sua azione, ma questi si rifiuta, anzi, non appena si trova con i compagni, accusa lo stesso Greene di essere il colpevole. Il regolamento della scuola lascia agli studenti la facoltà di scegliere se lasciare la decisione al collegio dei docenti, o se invece giudicare tra loro la questione, e comunicare il verdetto al preside. Greene e Dillon accettano di farsi giudicare dai compagni, impegnandosi a sottoscrivere il loro verdetto. Nella votazione è indicato come colpevole Greene. Fedele alla parola data ai compagni, questi va ad autodenunciarsi, accettando così di assumersi la responsabilità di qualcosa che non ha commesso. Tralasciamo il finale del film per non togliere il piacere di vederlo al lettore che fosse interessato. Quanto abbiamo raccontato, infatti, è sufficiente per il nostro scopo. Pur trattandosi di una storia di fantasia, essa mette in luce assai bene i cinque aspetti essenziali della responsabilità morale.

 In primo luogo, la responsabilità indica il riferimento a un soggetto libero che è la causa di un’azione. In questo senso, la responsabilità deriva direttamente dalla libertà, dall’autonomia intesa come capacità di autodeterminazione, coincide con l’»imputabilità» dell’azione e dunque si stabilisce in base alla valutazione dell’intenzione; il primo compito che gli studenti dell’esempio devono assolvere per salvarsi dalla bocciatura è individuare chi ha copiato. La responsabilità significa in primo luogo assegnare un’azione al suo autore, come in un titolo di giornale che dicesse: «muore neonato durante un cesareo, si cerca di stabilire la responsabilità del chirurgo e dell’anestesista».

In secondo luogo, la responsabilità indica il riferimento a degli effetti moralmente rilevanti di un’azione, che come tali meritano un premio o una punizione, come il risarcimento di un danno, o una promozione. La responsabilità in questo senso si stabilisce in base alla valutazione delle conseguenze dell’azione: nell’esempio del film, chi ha copiato si è macchiato di slealtà e mancanza alla parola data, dunque deve pagare con l’espulsione dalla scuola, altrimenti dovranno pagare anche i compagni con la bocciatura all’esame, per salvare l’onore della scuola. Oppure se, nell’esempio dell’articolo di giornale, si affermasse che «il chirurgo è stato ritenuto responsabile dei danni derivati dall’intervento da lui compiuto».

In terzo luogo, la responsabilità può indicare il riferimento a degli impegni presi. Per esempio, se prometto qualcosa a qualcuno, ciò significa che da ora in poi sono responsabile di adempiere ciò che ho promesso, o se mi offro di accompagnare degli amici con la mia auto, divento responsabile della loro incolumità. La responsabilità in questo senso si stabilisce in base alla valutazione della presenza di obblighi formali: nell’esempio del film, questo aspetto della responsabilità emerge sia negli effetti della sottoscrizione dell’impegno d’onore da parte degli studenti, sia nella promessa fatta da Greene e da Dillon di accettare il giudizio dei compagni, qualunque esso sia; in ambito medico, si afferma che «il medico è stato accusato di omissione di soccorso».

In quarto luogo, la responsabilità include il riferimento a qualcuno rispetto al quale devo rendere conto di ciò che ho fatto. La responsabilità implica dunque un elemento di risposta che si deve dare a qualcuno, un aspetto intersoggettivo: nell’esempio del film, i ragazzi devono rispondere al professore e alla scuola di aver copiato o coperto il colpevole, ma anche il colpevole è chiamato a rispondere ai compagni delle sue azioni, cosa che Dillon rifiuta di fare. In ambito professionale, questo senso di responsabilità emerge se si afferma che «il Direttore ha convocato il personale  della Unità Operativa  per chiedere conto della loro mancanza di puntualità».

In quinto luogo, la responsabilità fa riferimento alla consapevolezza e insieme alla presa di posizione soggettiva rispetto alle proprie responsabilità. A ciò si riferisce l’espressione «assumersi la responsabilità», come emerge chiaramente nel momento in cui Greene accetta di autodenunciarsi (e si assume la responsabilità di qualcosa che non ha fatto per non mancare alla promessa fatta), oppure se affermiamo che «il medico ha riconosciuto di aver sbagliato la diagnosi e si è scusato col paziente».

I cinque elementi appena elencati si presentano in ogni forma di responsabilità morale, ma anche alla responsabilità giuridica, e rivelano che nella responsabilità entrano aspetti oggettivi, indicati nei primi tre punti dell’elenco, aspetti intersoggettivi, indicati dal quarto, e aspetti soggettivi, presenti nel quinto punto dell’elenco. Se lasciamo da parte la questione della responsabilità giuridica e ci limitiamo alla sfera più specificamente morale, l’analisi degli elementi che convergono nella nozione di responsabilità serve anche a comprendere il legame tra l’azione e il suo peso morale.

Le azioni moralmente rilevanti si presentano all’esperienza come degne di lode e biasimo, meritevoli di premio o di punizione: ciò significa che il loro impatto nel mondo non è irrilevante. Il fatto che le azioni abbiano un «peso» morale è un’obiezione importante a coloro che negano di poter dare contenuto sostanziale al bene, e limitano la morale a un’etica pubblica frutto di convenzione e a un’etica privata abbandonata alle preferenze soggettive dei singoli. Questa posizione impone di considerare i propri valori più profondi come decisioni neutrali che riguardano procedure prive di contenuto valoriale. Ma ciò non è vero né dal punto di vista soggettivo, perché i valori che sono criterio delle nostre scelte per noi non hanno una valenza neutrale, né dal punto di vista oggettivo, perché le scelte in ambiti moralmente rilevanti, come in ambito professionale o educativo, hanno un impatto assai grave sulla cultura, la mentalità, le norme giuridiche della società. Il fatto che le nostre azioni abbiano un peso morale si esprime proprio con il concetto di responsabilità.

Responsabilità individuale e responsabilità collettiva

Una questione assai importante per l’etica della professione è se si possa parlare e in che misura, di responsabilità collettiva. È chiaro che se una banda di teppisti distrugge un locale, la responsabilità riguarda un gruppo di persone, ma anche dal punto di vista giuridico i teppisti dovranno rispondere di ciò che hanno fatto individualmente. In questo esempio la responsabilità collettiva è semplicemente la somma delle responsabilità individuali.

 Si consideri però il caso in cui una comunità o un popolo abbiano compiuto atti di ingiustizia in passato, per esempio abbiano decimato una minoranza etnica, confiscando i loro beni, e dopo decenni dalla morte degli effettivi responsabili, ancora nessuno abbia risarcito le vittime. Pur essendo scomparsi gli autori delle ingiustizie, non si può affermare che nessuno sia più responsabile di riparare ai danni. Dal punto di vista morale, in casi come questo i membri della comunità alla quale i responsabili appartenevano sono chiamati ad assumersi la responsabilità oggettiva di ciò che hanno compiuto coloro che li hanno preceduti, anche se non sono soggettivamente responsabili delle ingiustizie. Ciò può essere applicato anche alle comunità scientifiche, per esempio riguardo al dovere di riparare ai danni fatti da chi ci ha preceduto, anche se non si è gli autori di tali danni, oppure alle strutture, come un ospedale, in cui le prestazioni professionali sono offerte dalla cooperazione di molte persone. Qui la responsabilità assume di frequente l’azione della corresponsabilità. È importante imparare a cogliere anche questa dimensione della propria responsabilità professionale che, ancora una volta, è morale ancora prima che legale.

La conclusione che si può dare riguarda quindi una consapevole possibilità di mobilitare la coscienza della “singola” persona, nella speranza che ciascun singolo individuo, e a maggior ragione un leader a livello nazionale, possa influenzare la coscienza individuale e collettiva per dare un concreto contributo al possibile obiettivo circa un continuo controllo, una continua mobilitazione e protesta da parte di tutti gli “addetti ai lavoro” per una drastica riduzione degli “infortuni mortali”, non trascurando un possibile obiettivo riguardante un auspicabile loro abbattimento.

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