Infortuni mortali“UNA CONTINUA SCONFITTA”

Una continua sconfitta..della “cultura della prevenzione” a livello nazionale.

Una continua sconfitta..della Politica.

Una continua sconfitta.. del Ministero del Lavoro e degli altri Ministeri competenti in materia.

Una continua sconfitta..dei Datori di Lavoro, dei Dirigenti e dei Preposti.

Una continua sconfitta..degli specialisti di funzione come i Responsabili e gli Addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione ed i Medici Competenti.

Una continua sconfitta..dei Sindacati e dei Rappresentanti dei Lavoratori della Sicurezza. 

Una continua sconfitta..di noi tutti.

Si continua a chiamarle morti bianche, parole inadatte a descrivere quello che accade a chi perde la vita mentre sta lavorando. Si continua a chiamarle bianche perché, come accade per le morti improvvise dei neonati, si fatica a individuare una responsabilità precisa che riesca a spiegarle

“Cinque morti sul lavoro in 24 ore, 185 in tre mesi: almeno due al giorno. La rabbia è tanta. E monta ancora più dando un’occhiata alle carte d’identità di alcuni di loro, Luana, stritolata a Prato da un macchinario tessile, aveva solo 22 anni…

Un periodico e frequente grido di allarme di un ennesimo “infortunio mortale” occorso ad un Lavoratore, che passa attraverso l’esaltazione del dolore da parte di Mass Media, della Politica, dei Ministeri competenti e dei Sindacati. Sempre lo stesso comunicato, le stesse dichiarazioni sui giornali e in televisione, in un ordinario rito di stupore di quanto accaduto, di presa di posizione, di indignazione, di proposte e di assicurazioni degli interventi. Indignazione come quella della “Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, con particolare riguardo al sistema della tutela della salute e delle sicurezza nei luoghi di lavoro” che, tramite il complesso delle audizioni e degli atti istruttori compiuti, aveva dimostrato come la superficialità dei controlli, l’incuria e la trascuratezza della pubblica amministrazione insieme a lungaggini burocratiche e confusioni su competenze amministrative”, protrattesi per decenni, avevano aggravato gli effetti delle condizioni generali “in spregio a qualsiasi tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori ed il persistente gravissimo pericolo per la salute della popolazione che non può consentire dilazione alcuna da parte delle autorità competenti”.

Indignazione momentanea fino al nuovo “infortunio mortale” con gli stessi messaggi brevi, circostanziati, veloci, descritti nei minimi particolari, ma essenziali, possibilmente cruenti, per fare “notizia”, per arrivare primi sulla notizia stessa. Il giorno dopo raramente segue una breve notizia sull’”infortunio mortale” occorso. Si riprende invece sempre la stessa notizia dopo alcuni giorni se non il giorno dopo o solo quando accade un altro “infortunio mortale” magari più cruento e che va descritto possibilmente con altri dettagli più macabri ma con particolari modalità di accadimento, altrimenti si rischia che non interessi i lettori o gli ascoltatori. Il Tutto in un continuo seguire di “infortuni mortali” ed in un continuo addivenire in una sorta di cerchio dantesco della morte, come quella dei traditori, rappresentati egregiamente dalla Politica, dalle Istituzioni dello Stato e di tutti i cosiddetti “addetti ai lavori”. Vengono chiamati anche “Crimini sul lavoro”, gestiti con freddezza dalla consapevolezza di quanto accade ogni giorno (3 “infortuni mortali” ogni giorno per una media di 1.000 “infortuni mortali” anno) che hanno consentito alla dirigenza della Pubblica Amministrazione una assuefazione ed una forma continua di indifferenza, quasi ostentando in modo subdolo in disprezzo di tutti quei valori morali, religiosi, etici e sociali, per nascosti comportamenti chiaramente omicidi verso la “persona”, donna o uomo che possa essere.

  • dove avviene l’infortunio: “nel 38% dei casi si tratta di un sito industriale, nel 25% di un cantiere di costruzione e nel 22% di un luogo agricolo o forestale. All’interno di siti industriali, ben il 34% ha riguardato ambienti dedicati principalmente al magazzinaggio,  carico e scarico delle merci. Spostando l’attenzione sulle aziende di appartenenza, risulta che i settori produttivi più coinvolti, per effetto anche dell’alto numero di addetti, sono le costruzioni con il 33%, l’agricoltura con il 23%, l’industria dei metalli (9%) e i trasporti (8%)”;
  • come avviene l’infortunio: le  cadute dall’alto di lavoratori e quelle di massi sui lavoratori “descrivono oltre la metà degli eventi mortali”. Un dato che “si presenta costantemente anche nelle analisi degli anni precedenti”. Inoltre “analizzando le singole modalità di accadimento secondo il comparto dove sono avvenute, emerge che il 55% delle cadute dall’alto dell’infortunato è avvenuto in edilizia, il 9% in agricoltura e il 5% nei trasporti. Le cadute dall’alto di gravi su lavoratori sono invece distribuite in maniera più eterogenea nei diversi settori di attività: al primo posto si registra l’industria dei metalli (21%) seguita dall’edilizia (17%) e dalle industrie della plastica e dei minerali e agricoltura, entrambe con una quota pari al 10% del complessivo. La terza modalità più frequente di incidente mortale presente in archivio, ovvero la perdita di controllo di veicoli/mezzi di trasporto (con deviazione dal percorso idoneo o ribaltamento), accade essenzialmente nel settore dell’agricoltura e della silvicoltura (74%)”. Se analizziamo l’”agente materiale dell’incidente” rilevato nella dinamica infortunistica, si può dire che per le cadute dall’alto degli infortunati “la categoria più numerosa è rappresentata dai tetti (31%), seguiti dalle attrezzature per il lavoro in quota (20%) e da altre parti in quota di edifici (12%). Nei casi di cadute dall’alto di gravi sui lavoratori, queste sono avvenute principalmente da muri e pareti di scavo per crolli o franamenti (21%) e da  tetti o coperture (21%). Non trascurabile la quota del 17% di cadute di oggetti da aree predisposte per lo stoccaggio di materiali. Negli infortuni riconducibili a perdite di controllo di veicoli/mezzi di trasporto (fuoriuscita percorso o ribaltamento), le  macchine agricole (trattori) sono i mezzi coinvolti in prevalenza (79%) (in questo caso, l’agente materiale è definito come ciò di cui si perde il controllo)”;
  • perché avviene l’infortunio: i 305 casi del 2012 evidenziano “448 fattori di rischio considerati determinanti dell’incidente, mediamente 1,5 per infortunio mortale, e 102 fattori indicati come modulatori” (che non influiscono sull’accadimento dell’incidente ma sulla gravità dei traumi subiti dai lavoratori). Tra i sei fattori di rischio che identificano i determinanti, “nel 46% dei casi si tratta di “attività dell’infortunato” (modalità operative non idonee), seguite da problemi riguardanti l’Ambiente di lavoro (22%) e gli Utensili, macchine, impianti (18%). Quando è stato riscontrato come fattore di rischio l’Attività dell’infortunato, nell’83% dei casi è stato rilevato come problema di sicurezza un errore di procedura, nel 14% un uso improprio o errato di attrezzatura. Le cause di questi problemi di sicurezza son state individuate principalmente (51%) in azioni estemporanee, in pratiche abituali nell’azienda (22%) o in carenza di formazione, informazione o addestramento (17%). Le azioni estemporanee in due infortuni su tre sono associate a problemi riscontrati su Utensili, macchine, impianti o in Ambienti di lavoro e spesso appaiono come un tentativo ‘istintivo’ del lavoratore di farvi fronte”. Se poi nella dinamica infortunistica sono coinvolti “utensili macchine, impianti”, l’analisi degli incidenti “rileva una quota molto elevata (76%) di determinanti caratterizzati da un problema di ‘assetto’, ovvero l’indagine ha evidenziato delle criticità preesistenti al verificarsi dell’evento” che, quindi, potevano essere individuate già in fase di valutazione dei rischi. In particolare, “il più frequente problema di sicurezza legato all’assetto delle macchine riguarda le protezioni, nel 48% dei casi assenti,  manomesse o inadeguate”.

i problemi di sicurezza più frequenti sono:

  • “nel 45% dei casi l’assenza di apprestamenti di sicurezza, percorsi attrezzati, segregazione di zone pericolose o illuminazione adeguata;
  • nel 31% degli eventi il cedimento o smottamento di strutture, muri, pareti di scavo. Rispetto agli anni precedenti, questa percentuale è sostanzialmente più elevata. Una parte di questo aumento è riconducibile anche agli eventi sismici succedutisi nel tempo che hanno interessato alcune aree del nostro paese nel corso di attività lavorative;
  • nel 17% dei casi la presenza di elementi pericolosi (elettricità, materiali sul percorso, spazi ristretti, liquidi su pavimento, gas, vapori)”.

Dati precisi, circostanziati e soprattutto reali, però completamenti ignorati dalla Politica e da tutti le Istituzioni dello Stato preposti al controllo, più in particolare dal Ministero del Lavoro e il relativamente nuovo Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) istituito nel 2015, statuto emanato nel 2016, iniziato ad operare il 1° Gennaio 2017, un “flop” tutto italiano fin dalla nascita perché si doveva muovere su due direttrici, entrambe rimaste lettera morta, riguardanti la semplificazione e la razionalizzazione delle attività di vigilanza e dove la creazione dell’INL era stato concepito come nuovo Ente preposto per una riscrittura anzitutto delle norme in materia ed una creazione di una rete di più soggetti coinvolti sotto un’unica regia, in linea con quanto accade nei Paesi europei più avanzati, in cui non esiste l’italiana frammentazione di competenze. Per non parlare del “raggruppamento” di tutti Funzionari dei Servizi Ispettivi, i cosiddetti Ispettori ed in particolare gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria, in un unico Ente come l’INL, perché distribuiti inutilmente e nel tempo in molti Enti di controllo dello Stato (Ministero del Lavoro, INPS INAIL ASL): sostanzialmente doppioni in materia di controlli, sostanzialmente inutili. Progetto però sapientemente avversato da parte di tutti i Sindacati per presunta incompatibilità di ruolo tra il vecchio ed il nuovo proposto e della sostanziale differenza di retribuzione tra Enti della Pubblica Amministrazione acquisita nel tempo a parità di lavoro, come nel caso degli Ispettori dell’INAIL e dell’INPS che confluiscono nell’INL, ma conservano il rapporto di lavoro subordinato con i rispettivi enti di appartenenza, dai quali dipendono funzionalmente e per il trattamento economico-contrattuale. Un altro classico accordo tutto italiano fra Pubblica Amministrazione e Sindacati e il tutto ancora oggi sopito dall’indifferenza, nonostante il continuo e giornaliero accadimento di “infortuni mortali”.

I dati però non indicano Chi produce storicamente questi “infortuni mortali” e Perché continuano ad accadere. Si parla però sempre ed impropriamente del comportamento imprudente “solo” del Lavoratore, molto meno dei comportamenti imprudenti o l’indifferenza dei Datori di Lavoro, dei Dirigenti e dei Preposti. Non si parla del ruolo che devono avere i Sindacati e più in particolare i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) rispetto al contemporaneo ruolo di sindacalista che non cessa formalmente di esistere come richiesto dalla normativa, come anche del controllo delle “regolari” modalità per la loro elezione e formazione. In alcuni contesti aziendali, anche di grossa portata, i Sindacati non nominano e/o permettono l’elezione degli RRLS perché non riescono a mettersi d’accordo e/o spesso fanno coincidere l’RLS con il Sindacalista della struttura che si orienta verso ricatti contrattuali piuttosto che nella verifica della sicurezza e prevenzione e nell’utilizzo al meglio della riunione periodica prevista dall’art.35 del Dlgs 81/08.

Dati dello studio comunque precisi e circostanziati che dovrebbero consentire alla Pubblica Amministrazione preposta al controllo (in particolare il citato Ispettorato Nazionale del Lavoro e dei Dipartimenti di Prevenzione delle AASSLL) e ove queste avessero cultura professionale e competenze all’altezza della situazione emergenziale tutta italiana, di predisporre “protocolli di controllo”, specifici, al fine di indirizzare, al meglio delle esperienze dirette sul campo, le ispezioni dei posti di lavoro da parte degli Ispettori, per individuare chiaramente i responsabili a qualsiasi livello e grado.

Da “infortunio mortale”, nel tempo, si è passati a chiamare le persone decedute durante e per causa del lavoro svolto “caduti del lavoro”. Locuzione frequentemente usata anche per strade e piazze d’Italia, per una sorta di lavaggio della propria coscienza e quella collettiva, per indicare in modo subdolo che la Pubblica Amministrazione si sta interessando dell’argomento, però senza tanto intervenire.

“Caduti del lavoro” non bastava perché il fenomeno infortunistico è stato chiamato anche “morti bianche”, dove l’uso dell’aggettivo “bianco” allude tristemente all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’infortunio per eludere le responsabilità del singolo facilmente individuabile nella scala gerarchica. Nel settore dell’agricoltura, per distinguersi, si parla invece di “morti verdi”come se fossero chiaramente differenti gli infortuni mortali agricoli da quelli dell’industria. Non solo, ma in senso critico ed enfatico, è stata utilizzata anche l’espressione “omicidi del lavoro”, per rimarcare le responsabilità (spesso mai accertate) dei sistemi di produzione delle economie industrializzate e la scarsa attenzione alla salute e alla sicurezza sul lavoro del sistema industriale, in particolare nel siderurgico e nell’agricolo. Naturalmente definizioni chiaramente pleonastiche per nascondere subdolamente le responsabilità individuali della Pubblica Amministrazione per renderle aprioristicamente ed intenzionalmente difficili da accertare secondo un semplice schema piramidale organizzativo previsto dal D.Lgs. 81/2008 partendo semplicemente dal Lavoratore, al quale è occorso un infortunio, una malattia professionale, un incidente, un infortunio mortale per risalire, con la dovuta certezza e serietà professionale alle eventuali responsabilità del Preposto, del Dirigente e del Datore di Lavoro questi comunque, per definizione normativa, titolare dell’azienda e principale responsabile in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Sembrerebbe però che Corsi di formazione ad hoc sull’“Etica della Responsabilità individuale” possano consentire una riduzione del fenomeno infortunistico nel suo complesso per i meccanismi di maggiore consapevolezza “individuale” che l’etica può dare ad una giusta priorità a queste severe tematiche direttamente alla singola “persona” rispetto ad altre priorità dettate dalle necessità operative e produttive.

Si potrebbe terminare con questa semplice proposta,  formare eticamente ogni individuo, già dalla scuola primaria fino alle Università, e che gli stessi individui possano essere  testimoni nella vita civile e lavorativa, per ridurre, e magari annullare, i comportamenti sprovveduti di tutti gli attori interessati alla prevenzione e sicurezza nel mondo del lavoro.

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